Che cosa dice lui, che cosa capisce lei

aprile 22, 2010

Di Fabrizio Bellavista
Secondo una ricerca di Annet Schirmer, laureata presso il Max-Planck-Institut für neuropsycologische Forschung, le donne capiscono immediatamente, e prima degli uomini, il pensiero sotteso a ciò che viene espresso verbalmente dal loro interlocutore o da qualsiasi individuo che sta parlando. Secondo un esperimento condotto dalla ricercatrice si è dimostrato quanto il contesto emotivo influenzi l’elaborazione del
linguaggio e quanto una donna, rispetto ad un uomo, riesca a recepire più velocemente, la discrepanza tra una frase dal contenuto positivo, ottimista e l’intonazione negativa, pessimista con cui viene pronunciata, o viceversa.
L’implicazione sottesa a questa scoperta risulta essere, quindi, una maggiore propensione genetica della donna alla sensibilità nei confronti dell’intonazione e della melodia linguistica, rispetto alla razionalità, propria degli uomini, nel saper scindere il contenuto di ciò che si dice, dal come viene detto.

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Pillole di Filosofia per una comunicazione emozionale

aprile 22, 2008

Di Mara Belloni

Quando si parla di linguaggio e di significato, in Filosofia, le teorie semantiche fanno la parte del leone. Ogni termine ha un determinato significato, la sua denotazione e, ogni qualvolta dobbiamo ricavare il significato di una frase, quello che facciamo è calcolare, secondo le regole della sintassi, il risultato della composizione dei significati dei singoli termini che ne fanno parte.

Ma cosa ci dice, questa concezione del significato, della comunicazione? Non molto. Il punto è che il linguaggio non è La Comunicazione, ma solo una delle sue componenti. Quando scegliamo di comunicare con la parola, il significato semantico è certamente rilevante, ma non è il contenuto del messaggio, bensì parte della procedura in cui il messaggio si configura, parte della sua forma. La Semantica è sostanzialmente Logica e vede le lingue naturali come pallide imitazioni dei linguaggi formali. La Pragmatica del Linguaggio, invece, è tutta un’altra storia. Essa vede il linguaggio come azione e nasce prendendo atto che, nella realtà, sono più uniche che rare le occasioni in cui le parole vengono usate in modo strettamente letterale. Se chiedo a qualcuno “Hai una sigaretta?”, è perchè voglio che il mio interlocutore mi dia una sigaretta, non che mi dica se ce l’ha.

La costruzione e la comprensione del significato, quindi, non sono semplicemente calcoli logici. Al contrario, sono azioni complesse, che si nutrono delle informazioni che arrivano dal contesto: chi sono le persone coinvolte nel dialogo, in che rapporti sono tra loro, in che situazione si trovano, il tono della loro voce, le loro espressioni, gli atti con cui accompagnano le parole, il background delle loro conoscenze e così via. Poi, bisogna fare i conti con le intenzioni con cui ogni cosa è detta e con gli effetti che provoca. Il significato letterale, in questo quadro teorico, conta come tutte le altre variabili del contesto ed è la sua relazione con esse ad essere rilevante.

Ecco così che le emozioni possono trovare un loro spazio nello studio del linguaggio: sia come variabili del contesto, sia come effetti degli atti linguistici. Uno spazio ancora pressoché incontaminato, ma esplorabile con strumenti razionali, dal momento che atti linguistici, contesto, intenzioni ed effetti hanno tra loro rapporti studiabili e determinabili, anche da un punto di vista puramente teorico.

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